Apydya' Special Recensione

Ci sono videogiochi che tornano dal passato limitandosi a ricordarci quanto erano belli. E poi ci sono quelli che, una volta rimessi in mano al giocatore dopo più di trent’anni, riescono ancora a farlo sudare freddo davanti allo schermo.

Apidya’ Special appartiene decisamente alla seconda categoria.

Nato come shoot’em up a scorrimento orizzontale su Amiga nel 1992, il gioco di Team Apidya torna oggi con un remake che prova a fare qualcosa di piuttosto interessante: non modernizzare il passato cancellandone le asperità, ma conservarne l’identità aggiungendo tutto quello che può servire per renderlo nuovamente giocabile nel 2026.

E, dopo averlo provato su Xbox Series X, una cosa mi è stata subito chiara: Apidya’ Special è ancora un gioco duro. Anzi, parecchio duro.

L’idea alla base di Apidya è talmente figlia degli anni ’90 da risultare ancora oggi affascinante nella sua semplicità.

Il protagonista Ikuro viene trasformato in un’ape e si lancia in una battaglia contro un esercito di insetti e creature di ogni genere, attraversando ambientazioni che trasformano prati, stagni, fogne e altri scenari quotidiani in veri e propri campi di battaglia.

È uno shoot’em up nella sua forma più classica: si vola, si spara, si schivano proiettili e nemici, si raccolgono potenziamenti e si cerca di arrivare vivi al boss.

La particolarità è proprio il modo in cui il gioco costruisce il proprio immaginario. Non ci sono astronavi, pianeti alieni o flotte intergalattiche: qui si combatte tra fili d’erba, fiori, acqua, scarichi fognari e creature apparentemente innocue che diventano improvvisamente letali.

Il risultato ha ancora oggi una personalità fortissima.

La prima cosa importante da sottolineare è che Apidya’ Special non è un vecchio gioco infilato dentro un emulatore.

Il team ha ricostruito il titolo da zero, recuperando anche materiale proveniente da un progetto di conversione console degli anni ’90 rimasto incompiuto. A questo patrimonio sono stati aggiunti nuovi elementi di pixel art, effetti sonori e una veste grafica completamente ridisegnata.

È un approccio che si percepisce soprattutto giocando nella modalità moderna.

La versione widescreen permette agli scenari di respirare molto di più rispetto all’originale, grazie anche ai nuovi effetti di parallasse. Il prato, per esempio, non è più semplicemente uno sfondo sul quale far muovere l’ape: diventa un ambiente composto da diversi livelli visivi, con vegetazione e dettagli che scorrono a velocità differenti.

Eppure la cosa più bella è che basta un comando per tornare indietro.

Uno degli aspetti migliori di Apidya’ Special è probabilmente la possibilità di passare dalla presentazione moderna a quella originale.

La modalità aggiornata offre widescreen, pixel art rielaborata e maggiore profondità degli scenari. Poi si può scegliere il formato 4:3, recuperando l’aspetto dell’originale Amiga.

È una funzione che va oltre la semplice curiosità nostalgica.

Vedere le due versioni una accanto all’altra permette di capire quanto lavoro sia stato fatto sul remake, ma soprattutto dimostra quanto rispetto ci sia stato nei confronti del materiale originale.

E per chi vuole spingere ancora più in là l’effetto nostalgia, ci sono anche i filtri CRT, con scanline, bloom e simulazione della shadow mask. Il risultato cerca deliberatamente di ricreare quella particolare immagine morbida e imperfetta dei vecchi televisori.

Su un moderno televisore collegato a Xbox Series X può sembrare quasi un controsenso. In realtà funziona.

Perché Apidya’ Special non vuole semplicemente mostrarti come appariva un gioco del 1992: vuole ricreare, per quanto possibile, la sensazione di giocarlo nel 1992.

Qui arriviamo al punto dolente. O, per gli appassionati del genere, al punto forte.

Io ho iniziato, dopo un maldestro paio di tentativi deludenti, dalla modalità Practice e ho fatto un paio di run giusto per gustarmelo (non si può dire che sia un asso degli shoot’em up, perciò forse non faccio testo…).

Apidya’ Special è uno shoot’em up che non sembra particolarmente interessato a prenderti per mano. I nemici arrivano secondo pattern che bisogna imparare, lo schermo può riempirsi rapidamente di proiettili e alcuni passaggi richiedono non soltanto riflessi, ma soprattutto memoria e conoscenza del livello.

È quella vecchia scuola in cui morire non significa necessariamente che il gioco abbia barato: significa spesso che la prossima volta dovrai sapere cosa sta per arrivare.

Il problema è che alcune situazioni possono effettivamente risultare punitive, soprattutto quando elementi dello scenario, nemici e proiettili si sovrappongono creando situazioni difficili da leggere. Anche altre recensioni hanno evidenziato quanto il livello di sfida rimanga elevato nonostante le opzioni moderne.

E c’è un’altra caratteristica che contribuisce alla sensazione di essere sotto pressione: l’ape spara principalmente nella direzione di avanzamento. Non c’è quella libertà di fuoco omnidirezionale che molti shoot’em up moderni danno per scontata.

Bisogna quindi imparare a posizionarsi.

E quando lo schermo si riempie, la differenza tra una buona partita e un’altra morte passa spesso da pochi pixel.

La progressione dell’arsenale segue una filosofia che gli appassionati degli shoot’em up classici riconosceranno immediatamente.

I nemici possono lasciare dei power-up che permettono di migliorare progressivamente le capacità dell’ape: maggiore potenza di fuoco, velocità, bombe, protezioni e altri strumenti utili alla sopravvivenza.

La scelta di quando utilizzare i potenziamenti aggiunge un piccolo elemento strategico a un gioco che, altrimenti, potrebbe ridursi al semplice “spara a tutto quello che si muove”.

E soprattutto bisogna stare attenti a morire.

Perdere una vita può significare ritrovarsi meno attrezzati proprio nel momento in cui il livello comincia a diventare più cattivo. È un meccanismo tipicamente arcade che crea quella spirale per cui una partita che stava andando benissimo può trasformarsi rapidamente in una lotta per la sopravvivenza.

La struttura comprende cinque grandi ambientazioni: Meadow, Pond, Sewers, Cyber e Lair, articolate in più livelli e accompagnate da una notevole quantità di boss e contenuti nascosti.

Non mancano inoltre eventi variabili e situazioni speciali, tra cui una modalità notturna che modifica anche l’aspetto di alcuni nemici. Il remake aggiunge quindi elementi sufficienti a non essere semplicemente una riproduzione fotocopiata dell’esperienza originale.

Il rovescio della medaglia è che, considerando la struttura del gioco, non siamo davanti a un’esperienza dalla durata enorme.

Ma forse non dovrebbe essere questo il metro di giudizio.

Apidya’ Special appartiene a un’epoca in cui un gioco poteva essere pensato per essere rigiocato decine di volte, cercando di migliorare il proprio percorso, imparando i pattern e arrivando sempre un po’ più avanti.

Non è un’avventura da affrontare una volta per vedere i titoli di coda e dimenticare.

È una sfida da riprovare.

Anche la musica rappresenta una parte importante dell’operazione.

Il compositore originale Chris Hülsbeck è tornato sul materiale storico realizzando nuove versioni in studio della colonna sonora, che si affiancano alla possibilità di recuperare il feeling sonoro dell’epoca.

È una scelta azzeccata perché evita uno dei rischi tipici dei remake: rifare tutto talmente bene da perdere il carattere dell’originale.

Qui invece il nuovo e il vecchio convivono.

Lo stesso vale per gli effetti sonori e per alcune soluzioni audiovisive che contribuiscono a mantenere quella particolare atmosfera da computer europeo dei primi anni ’90.

Una delle aggiunte più interessanti rispetto al gioco originale è la modalità cooperativa locale.

Il secondo giocatore entra in campo controllando una seconda ape, con il proprio armamento, trasformando l’esperienza in un piccolo caos cooperativo a due.

È un’aggiunta che ha senso perché non prova a snaturare la struttura dello shoot’em up: semplicemente permette di affrontare insieme qualcosa che originariamente era pensato per un solo giocatore.

Il merito più grande di Apidya’ Special, probabilmente, è proprio questo equilibrio.

Da una parte trovamo un gioco che conserva deliberatamente molti dei difetti e delle rigidità del genere di allora. Dall’altra ci sono opzioni pensate per chi nel 1992 non c’era nemmeno, oppure non ha alcuna intenzione di passare ore a memorizzare ogni singolo pattern.

Le difficoltà includono Practice, Easy, Normal e Hard, mentre alcune impostazioni permettono di intervenire ulteriormente sulla severità dell’esperienza, rendendo la progressione più permissiva. E, personalmente, considero questa una scelta fondamentale.

Perché il fatto che io abbia iniziato da Practice non è necessariamente un difetto del gioco. È piuttosto la dimostrazione che gli sviluppatori hanno capito una cosa: non tutti devono essere costretti a giocare come nel 1992 per poter apprezzare un titolo del 1992.

Il purista può cercare la sfida originale.
Chi vuole semplicemente scoprire un piccolo pezzo di storia videoludica può invece abbassare la difficoltà e godersi maggiormente scenari, boss, musica e direzione artistica.

Il titolo risulta ancora attuale, ma con una precisazione: non è diventato improvvisamente uno shoot’em up moderno. Ed è proprio questo il punto.

Apidya’ Special non cerca di competere con produzioni contemporanee trasformandosi in qualcosa che non è. Rimane un gioco essenziale, veloce, spesso spietato e costruito attorno alla soddisfazione di superare un ostacolo che pochi secondi prima sembrava impossibile.

La sua forza è nell’identità.

A distanza di oltre trent’anni, vedere un’ape armata fino ai denti attraversare un prato infestato da insetti, passare attraverso una fogna e finire in ambientazioni sempre più assurde continua ad avere un fascino difficile da replicare.

E il lavoro sul comparto grafico rende il tutto molto più appetibile su un hardware moderno, senza tradire l’originale.




 

CONCLUSIONE.

 

Apidya’ Special è un remake fatto con rispetto, ma soprattutto con personalità.

Non si limita a riproporre un vecchio Amiga in alta definizione: recupera materiale dimenticato, ricostruisce il gioco, amplia la presentazione audiovisiva, aggiunge contenuti e offre al giocatore la possibilità di scegliere quanto essere fedele al passato.

La possibilità di alternare grafica moderna e originale, widescreen e 4:3, con tanto di filtri CRT, è probabilmente uno dei modi migliori per apprezzare il lavoro svolto dal team.

Il gameplay, invece, rimane quello di uno shoot’em up vecchia scuola: rapido, preciso e decisamente poco accomodante.

E qui arriviamo al suo più grande pregio e, contemporaneamente, al suo limite.

È difficile.

Molto.

La modalità Practice può essere un ottimo punto di partenza, soprattutto per chi non ha una grande familiarità con gli shoot’em up classici. Ma anche così, Apidya’ Special non fa sconti e richiede concentrazione, memoria e parecchia pazienza.

D’altra parte, quando finalmente superi quella sezione che ti aveva fatto fuori per l’ennesima volta, la soddisfazione è esattamente quella che ci si aspetta da un gioco di questo tipo.

Nel 1992 sarebbe stato un piccolo cult per chi amava gli shoot’em up.

Nel 2026 è un curioso pezzo di archeologia videoludica riportato in vita con un lavoro che, per una volta, non ha paura di mostrare da dove arriva.

Apidya’ Special non vuole insegnarti come si giocava negli anni ’90. Vuole semplicemente farti giocare come allora, dandoti però la possibilità di farlo su uno schermo moderno e alle tue condizioni.

E, considerando la quantità di remake che finiscono per perdere per strada l’anima dell’originale, non è affatto poco.

Pregi

  • remake curato e rispettoso dell'originale
  • gameplay old school ancora attuale ed efficace
  • Difficoltà davvero impegnativa! vedi aspetti negativi

Difetti

  • Difficoltà davvero impegnativa! vedi aspetti positivi
  • Esperienza piuttosto breve
8

Ottimo

Classe '82, appassionato da sempre di videogames, è caporedattore di GC.it dal 2010. E' collezionista attento di tutto ciò che è nerd e ricercato, non solo in campo videoludico! Amante di boardgames, tecnologia, fotografia, viaggi e cultura nipponica...è una persona decisamente impegnata!

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